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Halloween, una festa al limite

illustrazione di Matteo Sarlo
parole di Marta Gambetta
Dalla leggenda di Jack O’Lantern alle tradizioni celtiche, Halloween non è soltanto il carnevale del consumismo ma un modo di vivere quell’esperienza del limite che, più di ogni altra nozione, definisce il senso della nostra umanità.

Una figura dalle sembianze umane si aggira nella notte. Percorre le strade annodate del paese, come una trottola al termine del suo roteare, volteggia sbilenco di ombra in ombra e si arresta di fronte al massiccio portone della locanda schermandosi il volto dalla luce di un lampione con il braccio destro. Entra e si siede al solito posto in fondo, vicino al bancone. Tutti lo conoscono e nessuno bada più a lui: è Stingy Jack, il fannullone del villaggio. Al terzo giro di birra ha lo sguardo perso nel vuoto, la schiena spalmata come burro sulla parete. Gli schiamazzi del pub si affievoliscono, Jack pensa sia l’effetto dell’alcol, poi una sagoma compare di fronte a lui, come una allucinazione. L’ombra prende corpo in pochi istanti, si fa materia, rivelando un aspetto demoniaco.
“Vecchia canaglia! Quanto hai bevuto! Ora vedi pure il demonio!” Esclama Jack rivolto a se stesso, battendo il pugno sul tavolo.
“Sono venuto a reclamare la tua anima infame.” Si pronuncia così l’oscura presenza, senza neanche rivolgergli lo sguardo.
“Ah! Bene, bene! Ma avrò diritto almeno ad un ultimo desiderio? Un goccetto per prepararmi all’Inferno!”
Jack sembra fuori di sé, si crede alla mercé del più balordo dei deliri. Ride a più non posso interrotto solo da rauchi e indomabili colpi di tosse.
“Così sia, mortale, aspetterò ancora qualche istante!” La voce del Demonio è così profonda che sembra risalire dalla bocca dell’inferno stessa.
“Allora, convincimi che sei il Demonio… Non ho più soldi, ma devo pagare la mia l’ultima birra… Diventa la mia moneta e mi convincerò a venir con te!” Incalza Jack, tra una risata e l’altra.
“Eh sia, stupido mortale.”
Il Diavolo scompare raggomitolato in una nube di fumo nero davanti agli occhi increduli del fannullone. Con un tintinnio il soldone atterra sul tavolo e Jack si affretta a infilare la moneta in tasca. Nella tasca l’astuto fannullone portava il crocifisso dell’anziana madre, tutto ingarbugliato. Il Demonio era in trappola, costretto nella forma di un soldo. Jack esce soddisfatto dalla locanda dicendo “t’ho fregato, caro il mio Demonio!”. E questo, come fosse la voce di una coscienza ormai perduta, si infuria con Jack e chiede di essere liberato. Il fannullone accetta di liberarlo a condizione che non si faccia vivo a reclamare la sua anima prima di un altro anno. Prestando fede alla sua promessa il Diavolo tornerà da Jack e sarà truffato nuovamente, finché non giungerà il momento della sua morte. Dopo aver incontrato l’Oscura Signora, sarà Jack in persona, o meglio la sua anima, a bussare alle porte dell’Inferno.
“Guarda qua! Chi muore si rivede!”
“Finalmente puoi averla vinta vecchio amico mio!”
“Ora dunque vuoi che io accolga la tua anima? Certamente in paradiso non v’è posto per uno spirito lordo come il tuo! Sarai dunque costretto a vagare senza sosta, in eterno; questa sarà la tua condanna!”
“Ah, che disgrazia! Mai troverò pace!” Per la prima volta il fannullone temeva per il suo futuro. “Sii almeno magnanimo nel darmi un tizzone con il quale orientarmi nel buio del nulla che m’attende!”
Il Diavolo inaspettatamente accontenta l’anima di Jack. Egli inizia a vagare allora per terre inesplorate, in un limbo indefinito, portando in mano il tizzone donatogli dal Diavolo accuratamente riposto nel cavo di una zucca così che possa durare più a lungo.

Ancora oggi alcuni possono incontrarlo nel suo volteggiare senza sosta nel giorno in cui il regno dei vivi e quello dei morti comunicano. Negli anni Jack non è stato ricordato come “il fannullone”, ma come Jack O’Lantern (Jack “la lanterna”) ed è diventato il simbolo di una delle festività più amate dai bambini: Halloween.
Nel corto It’s the Great Pumpkin, Charlie Brown! perfino Charlie Brown, beniamino di intere generazioni di ragazzi, trascorre l’intera notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre ad aspettare l’apparizione della Grande Zucca che, nel suo stravagante immaginario, assume le veci di Babbo Natale nell’annuale spartizione dei doni a tutti i bambini.

Una festività difficile da contestualizzare
Non tutti conoscono la leggenda irlandese di Jack “la lanterna”, ma allo scadere d’ottobre zucche dalle svariate dimensioni conquistano un posto d’onore nelle case di tutto il mondo, fosse anche nella forma trasfigurata da maschere e festoni per i più piccoli. Eppure la festività di Halloween ha radici ancora più remote nel tempo, tanto lontane da essere alquanto complesse da identificare. La celebrazione della festività ricorrente al passaggio dal mese d’ottobre a quello di novembre viene tradizionalmente fatta risalire ad una usanza delle popolazioni celtiche grazie alla ricostruzione storica del celebre antropologo e storico delle religioni James Frazer. Seguendo lo studioso scozzese, tanto nella cultura irlandese quanto in quella inglese, la notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre avrebbe rappresentato il passaggio dal vecchio al nuovo anno, in accordo con un calendario basato sui ritmi del ciclo naturale del raccolto. La festività del capodanno così conteggiato prendeva il nome di Samhain, andando etimologicamente a riferirsi proprio alla conclusione del periodo estivo. In occasione di questa notte di passaggio, la popolazione approfittava del momento di festa per congedarsi dalla fase del raccolto nonché per prepararsi all’incombente buio e ai pericoli dell’inverno imminente esorcizzandoli senza dimenticare di invocare al contempo la clemenza e la benevolenza delle divinità.
In questo clima di predisposizione fisica e spirituale, la veglia dello Samhain si pone come una ferita nella ciclicità del tempo, come una soglia che possa essere attraversata, come un evento limite che in quanto tale è definito dai due momenti della temporalità (l’anno passato e quello a venire) senza tuttavia essere riducibile a nessuno di questi due. Da questa ferita tra passato e futuro in un presente di passaggio si aprirebbe dunque un varco sulla possibilità che il mondo di “ciò che è” (quello dei vivi) possa comunicare eccezionalmente con il mondo di “ciò che non è più” (quello dei morti). Il termine con cui attualmente si è soliti identificare la ricorrenza in questione, Halloween, rimanda tuttavia all’espressione All Hallows’ Eve ovvero “notte di tutti gli spiriti sacri”. Espressione questa che si riallaccerebbe, cercando di essere coerenti nella ricostruzione storica, ad una appropriazione cristiana della festività attuata tramite l’istituzione da parte della Chiesa cattolica, con Papa Gregorio IV nel 840, della festa di Ognissanti nel primo giorno di novembre.

Le maschere di Halloween
Nella notte di Halloween ogni anno milioni di bambini, ma anche molti adulti, sono pronti ad inscenare un carnevale macabro di maschere per celebrare una ricorrenza che nei secoli ha di per sé indossato diverse maschere e acquisito differenti significati: dalla festa pagana legata al ciclo del raccolto a quella cristiana della commemorazione dei Santi – e successivamente dei Morti, nel secondo giorno di novembre – fino alla più moderna degenerazione nella forma di una celebrazione, più o meno consapevole, di un consumismo totalizzante.
La storia di Halloween è la storia di una metamorfosi continua e costantemente allineata con il mutamento del contesto socio-culturale di riferimento. Nella tradizione celtica assume il valore di una commemorazione della fine, della decadenza e della morte, come evento naturale nell’orizzonte di una temporalità ciclica di cui l’essere umano è parte integrante. Nella tradizione cattolico-cristiana, che al contrario traccia il panorama di una temporalità lineare fondata sul concetto di salvezza, il senso della celebrazione muta profondamente andando a rievocare la figura del santo, in un movimento perpetuo che supera la morte naturale verso un infinito spirituale, che contempla il movimento ricurvo del “ritornare” solo nella peculiare accezione della risurrezione di Cristo. Nel mondo contemporaneo la festività di Halloween (come il Natale o la Pasqua) non è esente da un certo movimento che caratterizza l’epoca capitalistica e che coincide con l’atto dello svuotamento di senso nell’ottica della massimizzazione della logica consumistica.

Halloween e la filosofia al limite
Quando in filosofia si parla di limite il riferimento immediato è generalmente al criticismo di origine kantiana che prende le mosse da una preliminare e inevitabile considerazione critica degli orizzonti possibili di conoscenza e della giustificazione razionale delle pretese di senso dello stesso discorso filosofico. Esiste tuttavia una certa filosofia che potremmo definire non del limite, ma al limite. Con questa espressione si ritorna a tutte quelle esperienze filosofiche che hanno indugiato o sostato riflessivamente su una qualche soglia. Si può partire, per rimanere in epoca moderna, da Nietzsche o da Heidegger e la sua trattazione del morte come possibilità ultima dell’essere umano, passando per le riflessioni esistenzialiste sul tema della soglia che separa la soggettività dell’individuo dall’esperienza dell’Altro, proseguendo lungo la considerazione dei limiti del linguaggio e dell’etica della corrente wittgensteiniana, approdando da ultimo alla filosofia derridiana della différance che non solo indaga e ribalta il limite, ma addirittura lo abita. Il richiamo ad una certa filosofia al limite sarebbe fondamentale qualora volessimo restituire una interpretazione moderna della celebrazione della ricorrenza di fine ottobre, che si ponga come valida alternativa alla mercificazione capitalistica. Seguendo questo intento si potrà considerare il concetto di limite – e l’atto dell’indugiare su di esso – come basso continuo della trasfigurazione di senso della quale Halloween è stata oggetto nel passare dei secoli. In un mondo che costantemente si pone oltre ogni limite, intento a cancellare affannosamente ogni confine terreno in vista di una tensione all’esistenza infinita, quale modo migliore dunque per vivere – seppur nelle vesti eccentriche di figure demoniache, spaventose e grottesche – l’esperienza realmente terrorizzante del confine e del limite che solo definiscono il senso adeguato della nostra umanità?


Marta Gambetta è laureata in filosofia con una una tesi sul pensiero morale di Cora Diamond. Nel 2017 pubblica con la casa editrice L’Erudita una raccolta di poesie dal titolo L’alba al tramonto.

Matteo:
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