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Il DNA del Calcio. Le 17 leggi che rendono il Calcio quello che conoscete

illustrazione di Michel Chabaneau parole di Matteo Sarlo

Tutto inizia quando nel 1863 Ebenezer Cobb Morley si mette in testa di stilare i 13 articoli che formano il primo regolamento calcistico. Aveva capito una cosa molto semplice ma fondamentale: tutto ha bisogno di una griglia.
Quando James Watson e Francis Crick hanno scoperto la doppia elica del DNA hanno immediatamente capito di aver fatto una scoperta epocale. Era il 1953 e Crick entrò nell’ Eagle Pub di Cambridge urlando qualcosa come: «Abbiamo scoperto il segreto della vita». I due erano consapevoli di non aver soltanto risolto il problema della struttura dell’acido desossiribonucleico ma di aver trovato il codice in cui sta scritto tutto ciò che fa di un essere umano quel che un essere umano è. Aristotele l’avrebbe chiamata ousia, cioè essenza. Ecco, anche il calcio ha avuto il suo James Watson e Francis Crick. E anche il calcio ha il suo DNA. Come nasce il calcio Il DNA del pallone è simile a quello di una nazione. Si tratta cioè di una carta. In questa carta è scritta la struttura del gioco del calcio, la modalità del suo dispiegarsi, la finalità della sua esistenza. È stata scritta dall’International Football Association Board a Londra nel 1863. Per dire, la FIFA (Federation Intenrationale de Football Association), dalla sua fondazione il 21 maggio 1904, utilizza le regole scritte nella carta della IFAB. Ebenezer Cobb Morley  Tutto inizia quando nel 1863 Ebenezer Cobb Morley, un uomo il cui sguardo spiccatamente acuminato e gli imponenti baffoni erano la più evidente materializzazione della sua inamovibile determinazione per le cose ben fatte, per le liste, e per le griglie, si mette in testa di stilare i 13 articoli che formano il primo regolamento calcistico. Tieni a mente che si tratta di qualcosa di primordiale: a quei tempi non è che non esisteva la tecnologia Var ma non esistevano nemmeno i supplementari e il calcio d’angolo (inventato nel 1868). Fatto sta che Morley si decide, e scrive al Bell’s Life.  Il risultato fu un incontro di dodici club alla Freeman’s Tavern. Lo scopo: stabilire un codice del calcio.
Versione originale manoscritta delle regole del gioco risalenti al 1863 (Wikimedia Commons)

Tutto

ha bisogno

di una griglia

La cosa che aveva capito Cobb Morley è molto semplice, ma fondamentale: tutto ha bisogno di una griglia. Cioè, non è soltanto che le cose devono essere ordinate. Non è questione di pedanteria. O meglio, un po’ sì ma non solo. Il fatto è che per fare in modo che qualcosa accada, nel senso di “esistere”, devi prima decidere i criteri per cui quella cosa è quella cosa, proprio quella che hai in mente e non un’altra. Il sito dove stai leggendo, per esempio, esiste perché qualcuno ha scritto, in un linguaggio molto preciso, tutta una serie di codici racchiusi in uno spazio che si chiama CSS. È il CSS che poi fa apparire questo spazio per come lo vedi. Lo stesso meccanismo funziona con il DNA della tipa con cui speri di rimediare un appuntamento e così via. Per il calcio vale la stessa cosa. Le regole fondamentali sono 17 Dal 1868 ad oggi il regolamento è passato sotto molte revisioni. Tutto però si basa su 17 regole, cioè leggi che funzionano da fondamento per ogni altra regola. Sono le leggi che determinano proprio l’esistere del gioco stesso. Eccole qua:

1. il terreno di gioco

2. il pallone

3. i calciatori

4. l’equipaggiamento dei calciatori

5. l’arbitro

6. gli altri ufficiali di gara

7. la durata della gara

8. l’inizio e la ripresa del gioco

9. Pallone in gioco e non in gioco

10. L’esito di una gara

11. Il fuorigioco

12. Falli e scorrettezze

13. Calci di punizione

14. Il calcio di rigore

15. La rimessa dalla linea laterale

16. Il calcio di rinvio

17. Il calcio d’angolo

Il calcio non si gioca, si è giocati Quindi, punto uno: o stai a queste regole, o giochi un altro sport. Questo è lo schema che ne conferisce l’identità. Da qui, non ci si sposta. Punto due: l’importanza delle regole nel calcio dimostra che, più di qualsiasi altro sport, il calcio ha una dimensione sovra-individuale. Il fatto che soccer sia l’abbreviazione di association basterebbe a dimostrarlo. Utilizzando un termine di Thomas Macho, un pensatore poco conosciuto in Italia ma di elevata rilevanza internazionale, si potrebbe sostenere che il calcio è il noggetto per eccellenza. Un noggetto non è altro che una realtà che sospende la divisione soggetto/oggetto. È stato Gadamer a rilevare questa cosa per primo. D’accordo non pensava al calcio di preciso, pensava alla definizione stessa di gioco ma la sua intuizione si applica da morire ad una partita di pallone. Ed è questa: «il gioco non è mai un semplice oggetto, ma il suo esserci per colui che gioca, sia anche nel ruolo dello spettatore». Potremmo ritradurre così: non giochiamo mai, siamo sempre giocati. Per esempio? Per esempio la regola 1.
Misure di un campo da calcio (Wikimedia Commons)

Il terreno di giuoco deve essere rettangolare. La lunghezza delle linee laterali deve essere in ogni caso superiore alla lunghezza delle linee di porta.

Lunghezza: minimo m.90 / massimo m.110 Larghezza: minimo m.64 / massimo m.75
La cosa varia per le gare internazionali
Lunghezza: minimo m.110/ massimo m.110 Larghezza: minimo m. 64 / massimo m.75

Quel che accade a un calciatore in un campo di calcio è allora esattamente quel che accade a qualsiasi oggetto in un campo elettromagnetico: il suo comportamento è influenzato, indirizzato, intenzionato, dallo spazio.

Ora, il “campo”, lo spazio, non può essere più corto o più lungo di così. Questa esatta dimensione non è ininfluente al giocatore. In una celebre affermazione, Guardiola dichiarò: «non abbiamo un centravanti perché il nostro centravanti è lo spazio», fissando così uno dei pilastri del guardiolismo. Cosa voleva dire Guardiola? È facile: il vuoto non esiste, la parte di campo che tutto il resto del mondo considera inutile e non efficace indirizza, Edmund Husserl avrebbe detto intenziona, un attaccante, un centrocampista che sale, una fascia che si accentra. Come anche, e fa bene Simon Critchley a ricordarlo nel suo bellissimo A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio (Einaudi 2018), non è un caso se il soprannome di Thomas Müller è Raumdeuter. Un deuter è letteralmente colui che compie una Deutung, cioè una interpretazione. Giusto per chiarire, una Deutung è anche una interpretazione di un testo sacro. Quindi Müller sarebbe l’interprete dello spazio (Raum). Quel che accade a un calciatore in un campo di calcio è allora esattamente quel che accade a qualsiasi oggetto in un campo elettromagnetico: il suo comportamento è influenzato, indirizzato, intenzionato, dallo spazio.
Regola 2: il pallone Ecco le regole basilari:
  • La forma del pallone deve essere quella della sfera
  • il materiale cuoio o altro approvato;
  • la circonferenza massima di cm.70 e minima di cm. 68
questa che arrivano sono bellissime, e ti danno la misura di quanto la specificazione, e non la vaghezza, sia nei fatti la punta del pensiero poetico:
  • peso all’inizio della gara massimo di gr-450 e minimo gr.410
  • pressione tra 0,6 e 1,1 atmosfere
Circonferenza massima tra 68 e 70 cm. Non uno di più, non uno di meno. Questa misura che potrebbe apparire maniacale non è un fatto noioso o burocratese. Hegel l’aveva capito benissimo: c’è un punto in cui la quantità si trasforma in qualità. Così come un insieme di dieci fogli rilegati non può essere un romanzo ma un racconto o superati i 100 gradi l’acqua non può trovarsi in uno stato liquido ma solo in uno gassoso, così non potresti giocare a pallone con una pallina da pin pong o con una da baseball. Perché per quella pallina ti serve un altro campo e altri strumenti. Cioè ti serve un’altra griglia. Questo naturalmente vale anche per il numero dei calciatori, che non possono essere 3 o 7 o 35 (regola 3).
  • La forma del pallone deve essere quella della sfera

  • il materiale cuoio o altro approvato;

  • la circonferenza massima di cm.70 e minima di cm. 68

    • peso all’inizio della gara massimo di gr-450 e minimo gr.410

    • pressione tra 0,6 e 1,1 atmosfere

Regola 5 Ecco, questa è la legge delle leggi. In realtà nel manuale non c’è una reale gerarchia tra le 17 leggi, un po’ come i dieci comandamenti e la tavola. Sì, forse i primi tre. Ma insomma, li devi rispettare tutti. È vero anche per queste regole. Ma la cinque, la cinque, prova a sfilarla via e tutto collassa. Perché la cinque è questa:

Ogni gara si disputa sotto il controllo di un arbitro, al quale è conferita tutta l’autorità necessaria per vigilare sul rispetto delle Regole del Giuoco nell’ambito della gara che è chiamato a dirigere

«Litania di un arbitro», Thomas Brussig (66thand2nd, 2009)
Una volta Uwe Fertig ha scritto in quel libricino bellissimo di Thomas Brussig intitolato Litania di un arbitro (66thand2nd 2009): «Non stare da nessuna parte, essere imparziali, e per di più ad alti livelli, richiede talento». L’arbitro è una figura tanto fondamentale quanto denigrata dal senso comune, secondo il quale non sarebbe niente di più di un burocrate affetto da smania di protagonismo. La verità è che un arbitro possiede almeno due virtù incredibilmente rare:
  • la lucidità di prendere la scelta più giusta nel momento giusto
  • La determinazione alla castità, cioè non toccare mai la palla che rotola.
  • In realtà la 2 è falsa, cancellala. L’arbitro deve riuscire a far rispettare le altre 16 regole.
Prima di ogni cosa c’è l’architetto che costruisce il labirinto e decide di nasconderci il filo. Poi arriva l’eroe che ha l’ingenuità di averlo scoperto. 17 leggi, Il DNA del calcio.
 
Matteo Sarlo è nato a Roma nel 1989, dove vive e lavora come Editor. Nel 2018 ha pubblicato Pro und Contra. Anders e KafkaHa scritto per diverse riviste filosofiche, di critica cinematografica, viaggi, cronaca e narrativa urbana.
Matteo:
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