X

Inconscio è ombra. Su Freud e la “tardività”

Parole di Silvia Vizzardelli

Un percorso all’interno dell’officina del pensiero freudiano, per rintracciare la genesi e i confini di quella immagine mediatrice che è la Nachträglichkeit, o tardività come proposto da Alessandra Campo nel suo ultimo saggio: «Tardività. Freud dopo Lacan»

Il pensiero filosofico, quando si tiene vicino all’oro, ovvero quando lascia agire il suo implicito nucleo agalmatico nella instancabile creazione di concetti, mostra la sua doppia natura: esso è fatto di sentori, di imminenza, e ha bisogno di tempo. Cosa significa che la filosofia è animata da un senso di imminenza? Prima di addentrarci nel vivo di una metafisica della temporalità, seguendo il rigoroso percorso fatto da Alessandra Campo, una vera e propria avventura del pensiero, vorrei ricordare cosa accadeva a Freud, quando, in procinto di dar conto, nella scrittura, di qualche sua fondamentale intuizione clinica, confessava la sua speranza nel pensiero a venire e la sua apertura al futuro della scienza, consapevole che quello che intravedeva avrebbe richiesto nuove occasioni di concettualizzazione, nuova immaginazione teorica, insomma un incremento creativo. Faccio qui solo l’esempio di Al di là del principio di piacere, il testo forse più scabroso di Freud e tutt’ora il più controverso, che costeggia e corteggia l’impensato della pulsione di morte. Nelle ultime pagine di questo testo del ’20, Freud impensierito dall’andamento claudicante della sua argomentazione, invita il lettore a portare pazienza, ad attendere che nuovi metodi e nuove ricerche possano venire in soccorso e sciogliere le titubanze. Quella che sembra la confessione amara di un senso di inadeguatezza, da imputare alla natura lacunosa degli argomenti utilizzati, è di fatto una breccia aperta sulla metafisica e sulla cosmologia. Balugina qui proprio lo spettro della Nachträglichkeit. La genesi di questo concetto, scrive con grande acutezza Campo, “è lunga, lenta, spuria, e nondimeno, essa è capace di far luce sul lavorio sotterraneo di un’esistenza virtuale, di volta in volta precedente (hysteron) o successiva (proteron) rispetto alle sue apparizioni (attualizzazioni) sulla superficie del pensiero. La storia della Nachträglichkeit è, infatti, una storia pulsatile come l’inconscio che l’ha generata. La sua via è una via rupta (p. 51).

È qui messa a nudo l’officina del pensiero freudiano, vediamo gli ingranaggi della macchina che ruotano, instancabili. Egli intravede qualcosa, prova a dirlo, e dicendolo sente che c’è dell’altro. C’è dell’altro qui è la locuzione ossimorica che Alessandra Campo usa più spesso, in questo suo straordinario lavoro, per far cenno all’immagine mediatrice della Nachträglichkeit. Il pensiero freudiano è all’inseguimento, come un cane da tartufo annusa e pre-sente, ma ciò che rincorre non è né qualcosa che sarà in grado di ricostruire le tracce di un incontro mancato, né una presenza altrove, una consistenza trascendente. Ad essere inseguite sono le nuove occasioni che vedono all’opera il processo. E il processo si definisce proprio nel suo non essere supplemento di una mancanza originaria e nel suo non essere una ipostasi (substantia), una consistenza. Dunque, il pensiero sente che c’è dell’altro in ciò che viene pensando, e che questo altro immanente è di fatto imminente, cioè non ha chance di esprimersi se non nel futuro anteriore della temporalità.

Vediamo all’opera due condizioni contraddittorie: semplicità fulminante e complessità dispiegata. L’intuizione si nutre di una semplicità autoevidente, ma ha bisogno di tempo, di complessità, per esprimersi. È esattamente questo il sentimento contraddittorio che si prova, seguendo il percorso proposto da Alessandra Campo: c’è un gran lavoro di ricerca, di studio (Campo ripercorre tutte le occorrenze della Nachträglichkeit nei testi freudiani, esplora criticamente gran parte della letteratura secondaria sul tema), c’è all’opera la macchina speculativa nelle sue tribolazioni, c’è la sapiente tolleranza della complessità, e insieme, si sente, ad ogni passo, la pulsazione di quel nucleo aureo, agalmatico, nella sua vivida semplicità causativa. In questo senso, potremmo dire che il modo di procedere della Campo è mimetico rispetto al suo contenuto, è una controeffettuazione. Quando ciò accade, non c’è dubbio che si è nella filosofia: un pensiero che mentre riflette, fa essere. “Lo sguardo sulla Nachträglichkeit è lo sguardo della Nachträglichkeit (genitivo soggettivo)” (p. 75).

Dunque proviamo ad avvicinare brevemente il pensiero “vertiginoso”, come lo qualifica Rocco Ronchi nella bella introduzione al testo, che sta dietro al concetto di Nachträglichkeit, non senza aver prima esplicitato la cassetta degli attrezzi utilizzati per questa esplorazione. Innanzitutto, Campo si rende presto conto che per leggere Freud, alla lettera e nel suo implicito, come già aveva fatto Lacan, occorre portare alle estreme conseguenze della speculazione filosofica le sue intuizioni cliniche, facendosi aiutare da quei pensatori a lui contemporanei che la letteratura critica freudiana ha, di solito, ignorato: Bergson-Deleuze, Whitehead, Einstein. Il pensiero della durata, il pensiero del processo, il pensiero del tempo derivato, nutriti dai filosofi dell’immanenza ante litteram: Bruno e Spinoza.
Al cuore della questione c’è una domanda psicoanalitica che intercetta la metafisica e la cosmologia: se l’inconscio è atemporale, e Freud non smette di ribadirlo pur intravedendo in questa sua natura “un enigma intricatissimo”, come è possibile articolare, in relazione ad esso, la coscienza che, invece, è nel tempo? È la domanda-ombra che accompagna tutta la riflessione freudiana e che occorre innanzitutto rettificare, emendare: tra inconscio e coscienza a rigore non c’è rapporto, non c’è relazione perché vi è una differenza di natura e non una differenza di grado. Ed è proprio questa differenza assoluta che li rende parte di un parallelismo generativo. Coscienza e inconscio sono contemporanei e indipendenti dal punto di vista causale, e tuttavia implicati l’uno nell’altro, al punto che dire “l’inconscio cosciente” o “la coscienza inconscia” ha solo l’aria di un paradosso, di fatto è quel pensiero vertiginoso da cui ci lasciamo nutrire. Dunque non c’è che coscienza, eppure in essa risuona qualcosa d’altro che non è altrove. Non ci sono che effetti di tempo, eppure in essi si replica, nella differenziazione continua, il colpo originario dell’atto puro, dell’inconscio-causa senza tempo.

Ed ecco l’altra locuzione ossimorica con cui Campo prova a far emergere il punto vertiginoso della Nachträglichkeit: “tutto è qui, ma non tutto subito qui”. Così come ammettiamo ci sia qualcosa d’altro che tuttavia non è altrove, allo stesso modo possiamo concepire che ci sia un “dopo” non successivo, un “dopo” implicato nella “contemporaneità”. Tardività è la bellissima traduzione che Campo propone del termine freudiano, proprio per dar conto di questo “dopo” non successivo, non secondario, non supplementare. Proviamo a pensare questo abisso del pensiero, facendo un esempio che un’altra acutissima filosofa, Alenka Zupançiç, ricava dalla propria lettura della filosofia nicciana. A mezzogiorno l’ombra coincide di fatto col corpo, al punto che possiamo senz’altro dire di non vederla. Ma dire di non vederla, ammettere cioè che essa sia sovrapponibile al corpo, non significa affermare che non esista come ombra, affermare cioè che sia identica al corpo. Esiste una differenza minima, che poi è una differenza assoluta, in nome della quale, pur ammettendone la reciproca implicazione, non si può asserire l’identità di conscio e inconscio (corpo e ombra). “Ti amo perché tu mi ricordi te”. Ecco un’altra versione di quel pensare doppio di cui si è parlato.

“C’è dell’altro qui” non è solo la formula che fa segno verso la psiche, verso il cosmo, verso la natura, è anche l’espressione che dovrebbe sempre accompagnare la direzione della cura, per riprendere la strada, provvisoriamente abbandonata, della clinica. Se la vita psichica procede dall’inconsistenza causale di un atto atemporale per produrre effetti di tempo, consistenze spazio-temporali, allora la direzione della cura dovrà essere invertita: ascoltare la storia, la narrazione di una vita per leggere in essa il ripetersi sempre differente dell’atto puro. Potremmo così dire che la tardività della vita e della psiche ci abitua a pensare doppio. Si usa dire “vedere doppio”, riferendosi ai fenomeni talora preoccupanti di diplopia, ovvero a quella alterazione della vista che sdoppia le immagini degli oggetti. Nel nostro caso, nessuna illusione ottica è in gioco. Vedere doppio significa vedere “secondo il vero”, emendare il pensiero da quegli idoli che ci impediscono di cogliere una coscienza inconscia, un secondario primario, una mediazione immediata.


Silvia Vizzardelli è docente di Estetica e Filosofia della musica presso il Dipartimento di Studi umanistici dell’Università della Calabria. Fa parte del comitato scientifico della collana Estetica e critica (Quodlibet), è membro della Società Italiana di Estetica (SIE) e del Centro Studi Filosofia e Psicoanalisi.

 

Matteo:
Related Post