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Pier Paolo Pasolini e il remoto Tempo dell’India
03/11/2017|L'EVENTO

Pier Paolo Pasolini e il remoto Tempo dell’India

Pier Paolo Pasolini e il remoto Tempo dell’India
illustrazione di Chabacolors
parole di Matteo Sarlo

È l’inizio del 1961 quando Pasolini vede per la prima volta l’India. Viaggia insieme all’amico Alberto Moravia. Quel che impara a conoscere non è soltanto una nuova terra ma un altro modo di vivere il tempo.

C’è sempre qualcosa di remoto nel compiere un viaggio. Che lo si faccia a piedi o in nave, che si vada dall’altro capo del mondo per raggiungere l’impensabile o che si attraversi soltanto qualche isolato per sorprendere a casa chi non sai nemmeno se ti risponderà. Insieme al desiderio, c’è sempre qualcosa di remoto che ci portiamo dietro. Come un antidoto alla libertà. Come una piccola fiala. Coma la nostra piccola scorta di cicuta. E anche Pier Paolo Pasolini, il 31 dicembre del 1960, deve averla tenuta nella tasca interna della giacca – la giacca, un indumento dal quale non riusciva a separarsi – quando con il suo amico Alberto Moravia è partito per l’India. Era stato invitato a partecipare alla commemorazione di Rabindranath Tagore, il grande poeta indiano. Ma non era stata quella la vera ragione del viaggio, la causa finale. Piuttosto, diremmo, soltanto quella contingente, strettamente accidentale o, anche, fortuita.

Quello che fa Pasolini una volta arrivato in India è camminare. In quelle prime ore di un continente di cui sapeva poco o nulla al momento della partenza convince l’amico a non restare in albergo, a non concedere ancora il passo alla notte di Bombay. Il lungomare e i primi uomini.

esseri favolosi, senza radici, senza senso, colmi di significati dubbi e inquietanti, dorati di un fascino potente.

Moravia è già stato lì ventiquattro anni prima ma Pasolini no, Pasolini che non si spiega di quegli uomini «la loro mansione, la loro speranza».
I due amici arrivano così alla Porta dell’India e vicino,

ancora ai margini di questa grande porta simbolica, altre figure da stampa europea del seicento: piccoli indiani, coi fianchi avvolti da un drappo bianco e, sui visi mori come la notte, il cerchio stretto turbante di stracci.

Sono persone non soltanto di un altro mondo, quelle che si trova davanti Pasolini, ma di un altro tempo. Uno inteso alla Bergson. Un tempo che tiene fermo il presente sdoppiandone però l’intricato filamento verso il passato, verso il ricordo, e poi verso il futuro, cioè verso quella che chiama percezione. Entrambi cioè originano nell’attimo ma piegano su tempi distinti.
È questa la scheggia temporale di Pasolini. Da qui e non soltanto, come vuole la vulgata, da un idilliaco “prima”. Da questa intersezione tra ricordo e percezione, Pasolini guarda quegli uomini vestiti di stracci, uomini così distanti eppure così incredibilmente vicini, incongruamente sovrapponibili, secondo lo sguardo del poeta, ai contadini del meridione.

Parlando con me, dicono addirittura quasi le stesse parole, in urdu o in swaili, o in un dialetto italiano.

Durante quel viaggio Pasolini attraversò molte città, tentando di abbracciare l’India per intero, camminando per tracciarne i contorni e meglio circuirne l’essenza.
Una domenica – si trova a Cochin (oggi Kochi) da nemmeno 48 ore – Pasolini ha bisogno di stare solo. Li ha anche Elsa Morante che, quel giorno insieme a Moravia, se ne va a fare un giro in Ford per la città. Pasolini chiede a Josef, un marinaio, di fare un giro in barca, sulle lagune davanti al porto. Camminano aggirando la folla. Parlano poco ma non ce n’era granché bisogno. Si capiscono anche con semplici gesti. Ad un tratto Pasolini si accorge che qualcuno li sta seguendo. Un puntino bianco – per via della tunica – che a pochi metri replica esattamente le loro tracce, ne segue la scia, scompare nella folla di straccioni per poi saltarne fuori come da un cespuglio. Si chiama Revi e Pasolini lo aveva conosciuto appena arrivato a Cochin:

era l’ora del tramonto, e, con Moravia e Elsa, eravamo usciti a fare due passi fuori dal Malabar Hotel, lungo il porto […] Revi era lì, con un suo compagnetto, su un po’ di sabbia sporca, tra due tetri magazzini e alcuni recinti cadenti.

Da quel giorno Pasolini aveva avuto sempre l’impressione di essere seguito. Ed oggi eccolo lì, Revi, a calcare gli stessi passi del poeta cercando di non essere intercettato, mentre attraversava i magazzini verso la banchina sul mare. Arrivati, Pasolini sta per mettere il secondo piede sulla barca quando Revi salta su. Forse perché aveva capito che quello era l’attimo giusto. Perché in quel preciso istante la scelta era chiara: tornare indietro e custodire la prorpia segretezza oppure uscire allo scoperto ma continuare il viaggio.
In quel breve tragitto in barca, puntando l’isola più vicina, Revi, un ragazzo di Kerala, più a sud di un centinaio di chilometri di Cochin, confessa di essere un orfano. Di aver perduto la madre e di non saper nulla del padre. Quando Pasolini scende dalla barca, Revi lo segue. Non importa se il poeta abbia chiesto di stare da solo. Non conta per Revi il suo desiderio di esclusiva solitudine.
Passeggiano ora tutti e due sul bagnasciuga quando, in questo muto muoversi di gambe, Revi lo prende persino per mano e in un linguaggio antecedente ad ogni forma linguistica Pasolini ne intuisce tutta la tenerezza.

Il suo viaggio in India è quasi concluso. E quel giorno a cena Pasolini non parla d’altro ai due amici. Qualcosa è cominciato in Pasolini. E allora, insieme ad Elsa, decide di contattare Padre Wilbert, un prete olandese che gestiva la St. Francis’ Boys’ Home, un’organizzazione cattolica per i ragazzi abbandonati. Ben consapevole che salvarne uno non avrebbe signficato nulla più che una letterale unità contro centinai di migliaia di vite ugualmente drammatiche. Eppure qualcosa doveva fare Pasolini, perchè alle volte occorre partire dal singolo. Alle volte occorre iniziare a contare da uno per arrivare a cento.
Padre Wilbert naturalmente acconsente. Ora si trattava soltanto di ritrovare il ragazzo, ma non fu difficile.

Era là, tra il gruppo di straccioni e manigoldi, fresco, col suo sorriso penetrante e radioso

Non dovette dire nulla. Salirono tutti a bordo della Ford. Pasolini avrebbe mandato del denaro dall’Italia. Tutto era organizzato. Dà un ultimo sguardo al ragazzo, stringe la mano di Padre Wilbert e va via.

Sono già a metà strada per tornare al Malabar, quando Elsa Morante si accorge di aver dimenticato un libro nel salotto del religioso. E allora dietrofront. Recuperato il libro, Pasolini chiede di vedere Revi, ancora per un’ultima volta. Quel che si trova di fronte è una stanza immersa completamente nel buio. I piccoli corpi dei bambini dormono direttamente sul pavimento. Padre Wilbert  non vuole privarli di quell’abitudine, un letto sarebbe qualcosa di eccessivamente insolito. In un angolo, vicino alla porta, Revi sta su un sottile telo bianco. Quando gli passano davanti per uscire, questa volta definitivamente, si alza in piedi e guardando Pasolini dal basso gli chiede: «tu tornerai dall’Italia?»
E con una voce già al di là della bocca, una voce ora scesa lungo la gola, una voce da penitenza, Pasolini balbetta soltanto: «ma sì, ma sì, tornerò…».

Una volta tornato a Roma, in quei quindici anni che gli rimanevano da vivere, Pasolini deve aver ripensato a quel faccino in quel preciso momento, il momento più alto dell’esposizione, il momento in cui si concede a un altro la propria più scoperta fragilità.
Una volta concluso il viaggio, negli anni che seguono, Pasolini deve aver pensato al tradimento compiuto. Deve aver pensato, Pasolini, alla tenaglia che lo continuava a legare al passato. Al mondo antico. A quando era lui ad essere un ragazzino e viveva a Casarsa. A quando era riuscito a pensare per la prima volta: «bisogna andare via da questa terra morta». Innocente, ma non per questo meno affetta dal male. Aveva iniziato a leggere Freud in quella terra, probabilmente imparando che il punto più alto dell’avanzamento, il punto più alto dell’avanguardia, l’apice del futuro, è nel passato. Non si tratta di rousseauianesimo, si tratta della forza propulsiva della giovinezza, dell’illusione che questa, questa si possa sempre riagguantare.

È vero, amava il passato Pier Paolo Pasolini così come Conrad la terra ferma (al contrario di quello che si pensa, fu ben felice di passare i suoi ultimi trent’anni di vita a casa). Ma entrambi sapevano quanto scarto insiste tra il desiderio e l’amore. Perché Pasolini amava il passato ma desiderava il futuro.
E per afferrarlo, per guadagnarlo, il futuro, occorre remare ben forte contro la direzione contraria. Occorre vivere quel presente che bagna entrambe le sponde, e saper nuotare.
Avendo cura di tenere nella tasca, di aver portato con sé, una piccola e minuta fiala.


Matteo Sarlo ha scritto per diverse riviste filosofiche, di critica cinematografica, viaggi, cronaca e narrativa urbana. Ha pubblicato Passaggi sul vuoto (Galaad), un saggio sul concetto di «vuoto» in filosofia. È in pubblicazione Pro und Contra. Anders e Kafka (Asterios).

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